Articoli Esame Maturità

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  • Scritto da: Redazione StudentVille.it

Traduzione Versione di Latino Maturità 2011

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LATINO

Seneca / Ad Lucilium / Liber VIII – Lettere LXXII-LXIV Il vero bene la virtù

Quicumque beatus esse constituet, unum esse bonum putet quod honestum est; nam si ullum aliud existimat, primum male de providentia iudicat, quia multa incommoda iustis viris accidunt, et quia quidquid nobis dedit breve est et exiguum si compares mundi totius aevo. Ex hac deploratione nascitur ut ingrati divinorum interpretes simus: querimur quod non semper, quod et pauca nobis et incerta et abitura contingant. Inde est quod nec vivere nec mori volumus: vitae nos odium tenet, timor mortis. Natat omne consilium nec implere nos ulla felicitas potest. Causa autem est quod non pervenimus ad illud bonum immensum et insuperabile ubi necesse est resistat voluntas nostra quia ultra summum non est locus. Quaeris quare virtus nullo egeat? Praesentibus gaudet, non concupiscit absentia; nihil non illi magnum est quod satis. Ab hoc discede iudicio: non pietas constabit, non fides, multa enim utramque praestare cupienti patienda sunt ex iis quae mala vocantur, multa impendenda ex iis quibus indulgemus tamquam bonis. Perit fortitudo, quae periculum facere debet sui; perit magnanimitas, quae non potest eminere nisi omnia velut minuta contempsit quae pro maximis vulgus optat; perit gratia et relatio gratiae si timemus laborem, si quicquam pretiosius fide novimus, si non optima spectamus.

ITALIANO

Chiunque decida di essere felice, pensi che esiste un solo bene, cioè ciò che è onesto; infatti se pensa che ve ne sia qualcun altro, anzitutto, giudica male la provvidenza, perché molte sventure accadono agli uomini giusti e perché qualsiasi cosa che ci è data è di breve durata ed esigua se la paragoni alla durata del mondo intero. Da questo lamento deriva che siamo interpreti ingrati dei benefici divini: ci lamentiamo che sono non continui, che ce ne tocchino pochi, incerti e destinati a svanire. Da ciò deriva che non vogliamo né vivere né morire: ci prende un odio verso la vita e un timore della morte. Ogni proposito è incerto, né alcuna felicità può soddisfarci pienamente. La causa, appunto, è che non siamo giunti a quel bene immenso e insuperabile dove è necessario che si fermi la nostra volontà perché non esiste luogo oltre la sommità. Chiedi perché la virtù non abbia bisogno di nulla? Gode di ciò che ha a disposizione, non desidera ciò che non ha; quel che per essa è grande è quel che basta. Allontanati da questo principio: non vi sarà pietà, non vi sarà fedeltà, infatti chi vuole osservare l’una e l’altra (virtù) deve sopportare molti di quelli che sono chiamati mali, e deve sacrificare molte di quelle cose di cui ci compiaciamo come se fossero (veri) beni. Viene meno il coraggio, che deve dare prova di sé nel pericolo; viene meno la grandezza d’animo, che non può risaltare se non disprezza come cose di poco conto ciò a cui il volgo aspira come grandissimi beni; viene meno la riconoscenza e la restituzione di un favore se temiamo la fatica, se abbiamo conosciuto qualcosa di più prezioso della fedeltà, se non guardiamo alle cose migliori.

 

COMMENTO

La versione di latino assegnata quest’anno all’Esame di Stato è estrapolata dall’opera più celebre e vasta di Seneca, l’epistolario morale indirizzato a Lucilio. Il brano proposto agli studenti proviene dalla lunga lettera 74, incentrata su un tema cardine della riflessione senecana, ossia l’assoluta centralità della virtù come via di salvezza dalle preoccupazioni e dai dolori che turbano la vita, con conseguente necessità, da parte degli uomini, di ricalibrare le priorità e i parametri di valutazione. Qui, in particolare, la virtù è strettamente connessa con l’honestum, unico bene da ammettere pena il fraintendimento dell’operato della provvidenza: identificando i veri beni con quelli materiali (ed è ripetutamente sottolineata la differenza tra la dimensione oggettiva e quella soggettiva del bene e del male, ovvero tra ciò che è effettivo e ciò che appare ai più), non si comprende infatti perché ai buoni capitino delle disgrazie e si dà adito a lamentele, in quanto essi sono effimeri; di conseguenza si vive nell’insoddisfazione e nel timore della morte. L’erronea sostituzione tra beni presunti e beni reali comporta peraltro il venir meno di alcuni valori che possono avere valenze ‘sociali’, quali la pietas, la fides, la magnanimitas e la gratia.

Linguisticamente non si riscontrano eccessive difficoltà. Già a una prima lettura emerge una certa frammentazione dei periodi, così tipicamente senecana (si alternano domande, sentenze ed esortazioni). Le subordinate sono in larga parte relative, con qualche ipotetica di primo grado, non troppo complesse da sciogliere. Agevoli da interpretare anche i due casi di perifrastica passiva incrociati nel finale appunto con due relative. Probabilmente la maggiore attenzione va riservata a una resa il più possibile pregnante di certi termini morali ed espressioni (ad esempio il facere sui).

In sintesi, un testo abbastanza scorrevole e non particolarmente originale, ma proprio per questo incentrato su problematiche con cui si suppone gli studenti abbiano avuto occasione di familiarizzare nel corso dell’anno studiando Seneca morale.    

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