PRIMA PROVA 2018: SAGGIO BREVE SU FALCONE E BORSELLINO

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono i due magistrati diventati simbolo della lotta alla mafia, soprattutto dopo la loro morte in un duplice attentato avvenuto a 57 giorni di distanza l’uno dall’altro, nel 1992. Il tema della lotta alla mafia è sempre di grande attualità, in quanto, nonostante il lavoro di molti magistrati, poliziotti, giornalisti e gente comune, le organizzazione a stampo mafioso continuano a operare e fiorire. Per questo, il Miur potrebbe scegliere di inserire questa tematica come traccia di prima prova alla Maturità 2018.
Cerchi spunti per un eventuale saggio breve su Falcone e Borsellino? Sei nel posto giusto: noi siamo qui per darti una mano con un saggio breve svolto proprio su i due grandi magistrati siciliani… buona lettura!

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SAGGIO BREVE SU FALCONE E BORSELLINO PRIMA PROVA 2018: TITOLO, DOCUMENTI, DESTINATARIO

Prima di procedere con lo svolgimento del saggio breve, è necessario ricordare alcuni passaggi fondamentali per la scrittura di questa tipologia di testo (indicata di solito con la lettera B). Il saggio breve, a differenza di un tema d’attualità, presuppone che lo studente sostenga una tesi nell’introduzione del suo elaborato e prosegua argomentando le proprie tesi, analizzando fonti a suo sostegno e anche fonti in disaccordo, per poi arrivare a una conclusione. In prima prova, il Miur, oltre all’argomento, ti fornirà anche tutta una serie di documenti che dovrai citare o inserire nel testo; per questo, il nostro saggio breve svolto ti sarà utile come spunto, ma dovrai poi adattarlo e personalizzarlo con i brani che conoscerai solo il giorno del primo scritto di Maturità 2018.
Fatta questa piccola parantesi, restano da indicare titolo e destinatario dell’articolo, che come saprai, sono necessari in ogni saggio breve.

  • Titolo: “L’eredità di Falcone e Borsellino: l’antimafia oggi”
  • Destinatario: rivista d’attualità

SAGGIO BREVE SU FALCONE E BORSELLINO SVOLTO: INTRODUZIONE

Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono stati due grandi magistrati siciliani, amici inseparabili nella vita privata e disposti a sacrificare la propria vita per un bene più grande: quello di lottare contro la criminalità organizzata. Sebbene i due magistrati non siano stati i primi a portare avanti questa battaglia, il loro contributo è stato fondamentale per il fronte dell’antimafia, e la loro morte, avvenuta nel 1992, ha svegliato tutto il Paese su un fatto che fino al momento veniva spesso ignorato, ossia che la mafia esiste davvero. Ancora oggi Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono il simbolo della lotta alla mafia e continuano a rivivere nei cuori di tutti coloro che giornalmente si impegnano – dai professionisti alle singole persone oneste – a non piegarsi alla logica della criminalità organizzata e fanno di tutto, rischiando anche la propria incolumità, per proseguire l’opera iniziata dai due magistrati.

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SAGGIO BREVE SU FALCONE E BORSELLINO SVOLTO: SVOLGIMENTO

“Non sono né un eroe né un kamikaze, ma una persona come tante altre”, diceva spesso Paolo Borsellino riguardo la sua attività. Il messaggio era chiaro: non servono eroi per lottare contro la mafia, ma l’impegno di ogni singola persona nelle sue capacità. In questo senso, l’onestà, il dovere morale, il senso della giustizia e della verità, la speranza sono i principi che figure come Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono riuscite a trasmettere a tutte le generazioni successive alla loro. Prima dei due magistrati, numerosi erano state le vittime di mafia, tra cui ricordiamo Mauro De Mauro, Peppino Impastato, Mario Francese, Boris Giuliano, Pio La Torre, Carlo Alberto Dalla Chiesa, Giuseppe Fava, Rocco Chinnici, Ninni Cassarà. La lista è molto più lunga, ma è con la morte di Falcone e Borsellino che si è creata una coscienza collettiva sulla diffusione e piaga che Cosa Nostra rappresenta. A mettere insieme questi due magistrati fu il giudice Antonio Caponnetto a cui va il merito di avere istituito il “pool antimafia”, cioè un gruppo di giudici che si sarebbe occupato solamente di reati di stampo mafioso. Il lavoro del pool ha portato al più grande processo di mafia che il nostro Paese abbia mai visto, il famoso Maxiprocesso di Parlemo iniziato nel 1986, con ben 460 mafiosi imputati. Il processo ebbe il merito, inoltre, di mettere in luce l’esistenza di un sistema di collusione tra Stato e mafia talmente diffuso, che portò i due magistrati ad essere costantemente sabotati (fino allo scioglimento del pool) e perfino ridicolizzati da molti esponenti di spicco della politica e del giornalismo italiano. Falcone e Borsellino, comunque, continuarono nella lotta alla mafia fino all’attentato di Capaci del 23 maggio 1992, in cui perse la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e alcuni agenti della scorta, e all’attentato di Via D’Amelio, il 19 luglio 1992, in cui fu ucciso Borsellino con gli uomini della scorta.
Chi ha raccolto l’eredità di Falcone e Borsellino oggi? A livello generale, oggi si parla molto più di mafia e organizzazioni criminali come Camorra, ‘ndrangheta e Sacra Corona Unita, sia sui media che nelle scuole, esaudendo uno dei desideri di Borsellino: “Parlate della mafia. Parlatene alla radio, in televisione, sui giornali. Però parlatene”.
Tanti sono i magistrati che negli ultimi anni hanno proseguito l’opera di Falcone e Borsellino, tra cui Antonio Ingroia, Vittoria Teresi, Franca Imbergamo (magistrati a Palermo e Caltanissetta), Rita Borsellino (sorella di Paolo che viaggia in tutta Italia per raccontare le stragi del 23 maggio e del 19 luglio 1992), Gregorio Porcaro (ex vice-parroco di don Pino Puglisi) e molti altri. Dopo la morte dei due magistrati vennero arrestati mafiosi, latitanti, fra cui anche Totò Riina, che aveva ordinato le due stragi (e molte altre), sono stati processati assassini, serial killer e politici collusi. Nel 2006 è stato poi finalmente arrestato anche il boss Bernardo Provenzano e sul lato militare Cosa Nostra è stata smantellata grazie all’opera delle forze di polizia e dei magistrati, che hanno sequestrato alla mafia oltre 10 mila beni tra il 1993 e il 2012, come riporta Dario Lo Scalzo sul magazine online Il Cambiamento.
Inoltre, a distanza di venticinque anni dalle stragi di Capaci e via D’Amelio, i giovani e i commercianti sono organizzati in associazioni per dire “no” al pizzo (si pensi all’associazione Addiopizzo formata da volontari), così come gli industriali siciliani si sono mossi per espellere chi si piega alla richieste estorsive dei mafiosi.
Sebbene Cosa Nostra abbia esponenzialmente ridotto la strategia stragista, non significa che sia stata sconfitta: le organizzazioni di criminalità organizzata hanno cambiato volto, radicandosi sempre più negli apparti politici ed economici, che ha diramazioni non solo in Sicilia, ma in tutta Italia e anche a livello internazionale. Mazzette, appalti pubblici, flussi migratori sono solo alcuni dei nuovi campi che i boss riescono a sfruttare per i loro interessi: si pensi agli oltre 170 consigli regionali sciolti per infiltrazioni mafiose o allo scandalo di Mafia Capitale, che ha rivelato un sistema di collusione e corruzione di dimensioni enormi e radicato tra politica, burocrazia, professionisti e imprenditori.
Per dirla con le parole di Lirio Abbate in un articolo scritto per L’Espresso nel 2012: “Questo sistema criminale, pur colpito, appare capace di riprodursi all’infinito a cominciare dai propri componenti essenziali: dall’esercito degli affiliati alla vastissima platea formata dalla rete delle solidarietà più prossime, quella dei congiunti, ai fiancheggiatori, alla rete della microcriminalità asservita, utilizzata, fino all’area del cosiddetto ‘concorso esterno’ fatta di commercianti, imprenditori, professionisti, pubblici funzionari, tecnici, politici. Rapporti costruiti su conoscenze, legami complessi, ma anche su un mercato di informazioni e favori che intervengono per vincere un concorso come gli appalti, per pilotare il consenso, ottenere voti”.

SAGGIO BREVE SU FALCONE E BORSELLINO SVOLTO: CONCLUSIONE

L’eredità di Falcone e Borsellino è viva e vegeta anche oggi, ma se tanto è stato fatto e si sta facendo, molto va ancora fatto. L’errore più grande è quello di diminuire l’impegno dello Stato e della società civile nell’antimafia quando il potere di Cosa Nostra sembra diminuire. “La lotta alla mafia è come un diagramma in cui ci sono vette e discese: quando diminuisce, scende l’impegno. Ma non solo dello Stato: della società civile, di tutto quel complesso di elementi indispensabili per la lotta alla mafia”, scriveva Lirio Abbate. E quindi continuiamo a combattere e a sperare che il sistema mafioso possa piano piano diminuire, fino a estinguersi. Per fare ciò, è sempre più importante operare un continuo cambiamento nella società, abbandonando una certa (e ancora diffusa) cultura dell’omertà, della paura, dello scarso interesse per la cosa pubblica e gli altri, della disillusione nei confronti dello Stato e della possibilità di cambiare il nostro Paese. Come diceva Paolo Borsellino: “Palermo non mi piaceva, per questo ho imparato ad amarla. Perché il vero amore consiste nell’amare ciò che non ci piace per poterlo cambiare.”

FALCONE E BORSELLINO E LA MAFIA: TRACCE SVOLTE PER IL TEMA DI ITALIANO

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