TRACCIA PRIMA PROVA MATURITÀ 2018: I 100 ANNI DELLA DISFATTA DI CAPORETTO

La Maturità 2018  inizia a spaventare in quanto ormai manca sempre meno ai fatidici Esami di Stato! È quindi tempo di iniziare a raccogliere informazioni sugli argomenti che con più probabilità i maturandi potrebbero trovare in prima prova. Conoscere le tracce scelte dal Miur prima del 20 giugno è utopia, ma possiamo fare delle previsioni in base ad anniversari e ricorrenze. Nel tototema dello scorso anno, uno degli eventi gettonati era la disfatta di Caporetto, un momento cruciale della Prima Guerra Mondiale e tragico per l’esercito italiano e visto che non è stato ancora scelto, chissà che quest’anno… Cerchi uno spunto? Allora leggi il nostro tema storico sulla disfatta di Caporetto per la Prima Prova di Maturità 2018!

Di seguito troverai tutti le nostre guide e le risorse utili per la Prima Prova di Maturità 2018:

TRACCIA PRIMA PROVA 2018 SULLA DISFATTA DI CAPORETTO: INTRODUZIONE

 Una delle pagine più tristi per l’esercito italiano impegnato nella Prima Guerra Mondiale fu la battaglia di Caporetto, conclusasi con la disfatta dei nostri reparti armati che si trovarono a scontrarsi con le forze austro-ungariche e tedesche.

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TRACCIA PRIMA PROVA 2018 SULLA DISFATTA DI CAPORETTO: SVOLGIMENTO

L’Italia, inizialmente parte della Triplice Alleanza, con Impero Austro-Ungarico e Germania, dopo essere rimasta neutrale nei primi mesi del conflitto, decise di entrare in guerra il 24 maggio 1915, in seguito alla stipula di un patto segreto con la Triplice Intesa (Francia-Gran Bretagna e Russia). L’Italia, quindi, entrò in guerra contro l’Austria-Ungheria, suo precedente alleato. Di conseguenza, si aprì un lungo fronte sulle Alpi Orientali, con combattimenti concentrati sulle Dolomiti, l’Altopiano di Asiago e nel Carso lungo le rive dell’Isonzo. Dopo oltre due anni di battaglie piuttosto inconcludenti tra il Regio Esercito italiano e l’Imperial Regio Esercito austro-ungarico, si arrivò a una svolta negli ultimi mesi del 1917, con un risultato non certo favorevole per il nostro esercito. Innanzitutto, gli austro-ungarici furono favoriti dall’affiancamento dei tedeschi che avevano abbandonato il fronte russo dopo il ritiro della Russia dal conflitto a causa della Rivoluzione d’ottobre. In gran segreto, ammassarono uomini e mezzi su una linea che andava dal Monte Rombon a Selo sull’Isonzo, guidati dal genere tedesco Otto Von Below; gli italiani, così, colti di sorpresi, si trovarono in netto svantaggio numerico. Alle 2 del mattino del 24 ottobre 1917 iniziarono i primi lanci di bombe a gas su alcuni battaglioni alpini, tra cui quello capitanato da Carlo Emilio Gadda, seguito dai bombardamenti. All’alba, il comandante Luigi Cadorna, che si trovava nella sede del Comando Supremo di Udine, venne informato del bombardamento, ma ritenne che si trattasse solo di una simulazione per distogliere l’attenzione dal fronte carsico. Nonostante i bombardamenti, i soldati italiani, non ricevendo ordini, rimasero nelle loro posizioni, isolati e completamente avvolti dalla nebbia. Solo verso le 12 capirono di essere accerchiati dal nemico. Il Comando Supremo decise di intervenire solo ventiquattro ore dopo, quando venne informato che Caporetto era caduta in mano nemica e che gli austro-ungarici erano riusciti ad avanzare a Saga e sul Kolovrat. Si optò per l’abbandono di tutte le posizioni sulla riva sinistra dell’Isonzo: Gazza e i suoi uomini iniziano a scendere lungo il crinale, ma migliaia di uomini rimasero impantanati nel tentativo di attraversare il fiume mentre erano inseguiti dai tedeschi su entrambe le rive. Molti soldati italiani decisero di arrendersi e farsi catturare dal nemico. Intanto, i soldati tedeschi guidati da Rommel arrivarono con facilità nei pressi del Monte Matajur, cima più alta delle Valli del Natisone. Il giorno successivo, i tedeschi riuscirono a fare prigionieri altre migliaia di soldati italiani, che si arresero senza combattere, e nella giornata del 26 ottobre tutta la montagna fu conquistata dall’esercito crucco. In soli due giorni, i tedeschi avevano catturato 150 ufficiali, 9 mila soldati, perdendo solo 39 uomini.
La Seconda Armata venne completamente abbandonata dai propri ufficiali e i soldati, in balia di loro stessi, si diressero verso la pianura friulana, a cui si aggiunsero molti civili, costretti ad abbandonare le loro case a causa dell’avanzata austro-tedesca. La situazione era così tragica che ebbe ripercussioni anche a Roma, poiché il Presidente del Consiglio Paolo Boselli fu costretto a dimettersi. Tuttavia, il 26 ottobre, Cadorna cercò dapprima di nascondere la verità su quanto era successo, ma, dato che ormai la disfatta italiana era palese, tentò poi di dare la colpa alla mancata resistenza della Seconda Armata, “vilmente ritiratesi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico”. Queste gravi accuse non seguite da una presa di coscienza sugli errori commessi portarono alla destituzione di Cadorna, che da quel momento fu sostituito dal Comandante Armando Diaz. La Seconda e la Terza Armata, dopo la disfatta di Caporetto, furono costretti a posizionarsi sul Piave tra l’8 e il 12 novembre, mentre la quarta si assestò sul Monte Grappa e sul Montello.

TRACCIA PRIMA PROVA 2018 SULLA DISFATTA DI CAPORETTO: CONCLUSIONE

 Nonostante questo passo falso gravissimo soprattutto per l’atteggiamento dei vertici del Regio Esercito che, oltre ad avere sottovalutato l’offensiva e avere permesso la cattura di tantissimi italiani, cercarono di scaricare proprio a quegli uomini lasciati in balia di se stessi le loro responsabilità, il Comandante Armando Diaz fu in grado di riassestare il fronte italiano, ponendo una forte resistenza sul Piave. Riuscì così, il 30 ottobre 1918, a entrare a Vittorio Veneto, sbaragliando le linee nemiche. Dopo la riconquista di Trento e Trieste da parte degli italiani, l’Austria-Ungheria fu costretta a firmare l’armistizio di Villa Giusti, con cui, finalmente, si conclusero le ostilità sul fronte italiano.

Maturità 2018: risorse utili

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